Bella domanda, no? Quanto vale una farmacia? L’argomento della tua inconsapevolezza finanziaria all’atto dell’acquisto mi stuzzica non poco, atteso che spesso tali operazioni vengono assistite da fior di consulenti; ma quando mi è capitato di fare una chiacchierata con gli acquirenti ho dovuto sopportare una sensazione di assoluta sprovvedutezza. Al massimo ricevo risposte legate ai rendimenti passati, senza alcuna valutazione delle proiezioni economiche aziendali.

Soprattutto di questi tempi, chi si trova ad aver acquistato una farmacia, con grande sacrificio economico, vede una progressiva svalutazione del patrimonio investito a seguito del trend peggiorativo della sua redditività. Se fino agli inizi degli anni 2000 si arrivava a valutazioni equivalenti anche a tre volte il fatturato annuo (!), con situazioni davvero variopinte a seconda delle zone geografiche, oggi (nell’anno del Signore 2012) tali quotazioni sono pressoché dimezzate un po’ ovunque. E non si vede inversione di trend.

Numeri a lotto? Evidentemente sì, atteso che dichiarare il valore di un’azienda sulla base del fatturato è un nonsenso ideologico e lo si può “perdonare” solo per la sua facilità d’impatto. Ma c’è il risvolto della medaglia. Ho parlato di facilità, non di semplicità. Lo scultore rumeno Constantin Brâncuşi ebbe a dire che la semplicità è una complessità risolta. È l’obiettivo finale di ogni sforzo, per dirla anche con le parole di un docente, il miele prodotto dal lavoro complicato dell’alveare. Allora la facilità è un modo per nascondere la complessità. E la complessità è nascosta agli occhi di chi non ne vuole sapere (ma prova a chiederlo a uno scienziato), di chi ritiene che le cose facili funzionano in assoluto meglio (ma prova a chiederlo a chi progetta apparecchiature sanitarie), di chi si ritrova un investimento che gli condiziona la vita e che a causa della sua superficialità è in un mare di problemi (un acquirente di farmacia).

Proprio così, la semplicità non va confusa con la faciloneria e la superficialità: il semplice non è facile, e a me sembra che non solo l’esprimere semplicisticamente il valore di un’azienda, ma il voler (di proposito?) nascondere o non approfondire le sfumature sottostanti, celi il rischio di brutte sorprese. Già di per sé il farmacista non ha esperienza di management, figurarsi a dover gestire lo start-up della propria attività senza competenze gestionali, oberato dai debiti, con i fornitori che in periodi di crisi ne studiano una più del diavolo e in un clima in cui le istanze sociali da qualche tempo gli stanno voltando la faccia…

Allora, cerco di inquadrare il complesso tema della valutazione d’azienda quantomeno per consentirti di porre le giuste domande al tuo consulente. Innanzitutto valutare significa determinare un valore commerciale, stimare, calcolare, ma anche giudicare e considerare attentamente. Cosa? Un’azienda, cioè un’organizzazione di beni, processi, risorse nell’atto del loro funzionamento, fattori volti a soddisfare qualche bisogno umano. E più tali bisogni sono percepiti di valore dal mercato, più ha valore l’azienda che sappia soddisfarli. Distinguiamo pertanto la valutazione inventariale da quella aziendale, proprio perché nella prima manca l’aspetto dinamico della capacità attuale di soddisfare bisogni attraverso beni e servizi, il risultato della propria attività.

Mi sovviene nel frattempo un quesito: se definisco oggi l’acquisto di una farmacia ma, ad esempio, il venditore ne uscirà a fine anno, il suo comportamento gestionale, nel frattempo, può favorire o il suo lassismo può danneggiare il valore economico preconcordato? Assolutamente sì, in quanto un atteggiamento trascurato potrebbe allontanare la clientela! Pertanto massima attenzione se sei in una simile situazione.

Passando, invece, a sintetizzare i vari metodi di valutazione aziendale, scopriamo che ne esistono diversi e con differenti logiche, ognuno con i suoi bei punti di forza e qualche punto di debolezza. È come assumere un farmaco: sei consapevole delle controindicazioni? Allora ti conviene imparare a distinguerli, anche perché le finalità di una valutazione possono essere variegate (anche se noi qui ragioneremo solo rispetto alla cessione dell’attività):

  1. cessioni
  2. transazioni
  3. liquidazioni
  4. formazione di contabilità e di bilancio
  1. aumenti di capitale
  2. costituzione di garanzie
  3. giudizi arbitrali
  4. divisioni
  5. fusioni
  6. recesso soci
  7. trasformazioni di società

Ricordo l’incontro recente con un farmacista che acquisiva farmacie, le ristrutturava e riorganizzava per poi cederle. Questo signore doveva essere molto avvezzo ai principi che stanno alla base di una valutazione d’azienda, altrimenti avrebbe rischiato non poco!

Quindi, prima di entrare nel merito dei metodi di valutazione, ti riporto quanto ho trovato su Wikipedia (aprile 2012) circa la differenza tra il valore calcolato con una metodologia qualsiasi (che già di per sé non è una cosa semplice e intuitiva) e il prezzo di mercato a cui avviene effettivamente la cessione, che aggiunge forti elementi di soggettività all’operazione:

Il valore del capitale economico può essere diverso dal prezzo effettivo di vendita (i due concetti sono infatti ben distinti) dato che quest’ultimo dipenderà, in ultima analisi, anche dalle condizioni soggettive di negoziazione, tra le quali possiamo ricordare le seguenti:

  1. asimmetrie informative fra i contraenti
  2. effettiva differenza di posizioni e di interessi tra le parti
  3. interessi personali e non dei soggetti economici
  4. forza contrattuale e abilità negoziale delle parti.

A questo punto, perciò, possiamo schematizzare i metodi di stima in differenti tipologie:

  • metodo reddituale, che si pone di fronte a un complesso aziendale funzionante (comprensivo di avviamento) e capace di generare reddito; esso è orientato alla valutazione degli utili prodotti nel tempo (e non necessariamente distribuiti, anche se nel lungo termine le due grandezze possono tendere a coincidere). Per prassi, l’effetto sugli utili che deriverebbe dalla gestione della parte venditrice si suole limitare a tre-cinque anni post-cessione, tuttavia le difficoltà di stima sono insite nelle previsioni sull’andamento del mercato, sul contesto socio-economico e geografico, sulla normativa regolatrice anche dei rapporti con il fisco. L’assioma di tale metodologia è che il valore aziendale è uguale al reddito che l’organizzazione è capace di produrre. Tale metodo, per come è strutturato, dà un peso notevole (forse eccessivo) all’avviamento, poiché nella capitalizzazione dell’azienda nel suo insieme si dovrebbe riflettere sul fatto che l’avviamento stesso andrebbe valutato separatamente e con maggior moderazione, soprattutto quando i rischi ambientali, tipici della farmacia odierna, sono elevati;

valore aziendale = somma dei redditi futuri

  • metodo patrimoniale, che basa il suo fondamento sul valore ad oggi dei singoli beni costituenti l’azienda (metodo patrimoniale semplice), compreso quelli immateriali, anche non contabilizzati, come l’avviamento (metodo patrimoniale complesso), affrontando valutazioni avulse da previsioni e calcoli legati al tempo. Il metodo si pone nell’ottica di quanto occorra investire per ripristinare, con una nuova impresa, il patrimonio di quella oggetto di cessione. È una valutazione analitica (per ogni singolo bene considerato) e a prezzi di mercato, ma non esamina il potenziale di ciascun bene inserito in un processo organizzato e funzionante, quindi prescinde da ogni stima di generazione di profitti e di flussi finanziari futuri;

valore aziendale = stima dei beni esistenti + avviamento

  • metodo finanziario, che affronta la stima considerando l’ammontare dei soli utili distribuiti in prospettiva, aggiungendo ad essi il valore in caso di liquidazione dei singoli componenti aziendali, come se si fosse in chiusura dell’attività. Il sistema è razionale ma pone notevoli difficoltà nel considerare l’impatto delle strategie sull’economicità della gestione applicate successivamente dall’acquirente;

valore aziendale = somma degli utili futuri prelevati

  • metodo misto (patrimoniale + reddituale), così definito perché cerca di combinare la praticità del metodo patrimoniale con la razionalità di quello reddituale. Il metodo patrimoniale, infatti, trascura la valutazione della redditività futura dell’azienda, mentre il metodo reddituale trascura la valutazione della consistenza patrimoniale.

valore aziendale = ponderazione tra redditi futuri e patrimonio

Mi sembrano sagge, giunti a questo punto, le parole seguenti: Valutare è un procedimento lungo e complesso, coinvolge aspetti non solo ragionieristici, ma anche fiscali e giuridici, ambientali, di mercato e geografici; aspetto della massima importanza è la scelta dell’approccio valutativo il quale deve essere sempre correlato allo scopo che s’intende perseguire. Sarebbe infatti erroneo ritenere che i valori attribuiti ad un’azienda in funzionamento coincidano, ad esempio, con i valori attribuiti alla stessa azienda in sede di fusione, cessione, conferimento, trasformazione o liquidazione. Conseguenza diretta di questo indirizzo, ormai consolidato, è, quindi, che un patrimonio deve necessariamente ricevere l’attribuzione di un valore che sia diverso a seconda del fine proprio cui la valutazione è diretta (da: La valutazione d’azienda, di Umberto Fruttero).

Qui mi limito a concludere facendo notare quanto sia complessa tale attività di stima: i bilanci servono a poco anche in momenti come questi della vita d’impresa, perché costruiti per  finalità esterne (in primis per il fisco) e non per aiutarti a prendere decisioni. D’altronde mi piace scherzare sul punto, e chi mi ascolta ne conviene sempre, che due attività che abbiano pari volumi d’affari, insistano nel medesimo luogo, registrino stessi costi, evidenziassero stessa condizione logistica, fossero dotate di medesime attrezzature e vantassero un’identica storia, possono benissimo avere un valore di mercato differente. E sai perché? Perché sono costruite attorno a gruppi di persone diverse e il loro valore non sarà mai riportabile in nessun documento contabile!

Stai alla larga da soluzioni semplicistiche che, mi ripeto, nascondono complessità tipiche, ma evidentemente peggiori, da acquisto di auto usata!