È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio (Albert Einstein).

Anni fa ero presso la sede di un’impresa nel settore della comunicazione e della pubblicità e il suo responsabile mi stava facendo l’elenco dei “difetti” dei suoi collaboratori. Ricordo che per interminabili minuti non riuscivo a togliergli la parola: era un fiume in piena, forse perché aveva trovato in me la persona disposta ad ascoltarlo. Non percepivo fastidio nei suoi confronti e neppure ero stufo; anzi, mi incuriosiva il suo tono di voce, le storie e gli episodi che mi raccontava, il suo stato d’animo. Lo lasciai terminare e, pacatamente, gli dissi: “Tutto qua?”.

Pochi secondi di silenzio, che sembrarono un’eternità, e lui: “Cosa significa ‘tutto qua’?”. “Significa esattamente quello che ti ho domandato”. E così dicendo presi la mia cravatta e me la buttai alle spalle: “Questa è una cravatta bella o una cravatta storta?”, chiesi con decisione. Lo sguardo perplesso del mio interlocutore segnalava un giudizio non verbale nei miei confronti di certo non lusinghiero. Con la sufficienza con cui si risponde distrattamente a un bambino intrigante, mi disse: “Beh, è evidente che si tratta di una cravatta storta!”. Ed io: “Certamente lo è, è oggettivo, ma potrebbe essere anche una bella cravatta, e questo è soggettivo; condividi?”.

Ancora una pausa e rimarcai: “Vedi, le due qualità possono coesistere, come convivono in tutti noi pregi e difetti. Ma non è indifferente se notiamo prima gli uni o gli altri. Immaginiamo che io sia un tuo caro amico d’infanzia e oggi venga a trovarti in azienda. Fuori c’è molto vento e inavvertitamente entro nel tuo ufficio con la cravatta storta; tu la noti e d’impulso me lo fai notare. Io, preso da un po’ d’imbarazzo, la raddrizzo e poi incominciamo a parlare del più e del meno. Il giorno seguente sono di nuovo da te e, ipotizziamo, indosso una cravatta di diverso colore. Cosa farò, sovrappensiero, mentre entro nella stanza?”. “Beh, -rispose il mio amico- ti aggiusterai la cravatta”. “Esatto, metterò la mia mano sul nodo per verificare se sia diritta. Entrambi non ricordiamo più la tua raccomandazione di ieri, ma da qualche punto del mio cervello parte un segnale inconscio indirizzato alla mia mano”.

E aggiungo: “Proviamo ora a tornare indietro nel film. Il primo giorno, al momento di fare ingresso nell’ufficio, tu noti la mia cravatta, storta per il vento, e mi fai un apprezzamento sincero. Forse perché condividi i miei gusti o perché sai che ne colleziono a dozzine. D’altronde ne parliamo apertamente in quanto ci siamo definiti cari amici. Io, a quel punto, cerco di volgere lo sguardo verso il basso ma ritrovo solo la mia pancetta; sistemo distrattamente la cravatta e cominciamo a parlar d’altro. Il giorno seguente ritorno nella tua azienda con indosso una cravatta diversa. Secondo te a cosa penserò, fugacemente, nell’attraversare l’ingresso?”. “Di sicuro penserai se anche quest’altra cravatta mi possa piacere…”.

“Esatto, e lo faccio d’istinto, senza pensarci troppo su. Vedi, questa scena ci conduce a due conclusioni. La prima: avendo posto attenzione alla bella cravatta mi hai spinto verso l’autocorrezione, in quanto non hai avuto la necessità di dovermi suggerire tu di sistemarmela. La seconda: nel secondo “film” io avrò molta più voglia di raccontarti dove l’ho comprata, ad esempio, e fornirti ulteriori informazioni a tal proposito. Ho sviluppato, grazie al tuo atteggiamento, una più aperta comunicazione nei tuoi confronti. Convieni?”.

Vidi a quel punto il mio interlocutore sbarrare gli occhi, come illuminati dal profondo del cuore. Gli era d’improvviso apparso tutto più semplice: osservare i pregi e imparare ad apprezzarli aiuta a realizzare una più aperta comunicazione con le persone e, se è il caso, ad aiutarli a correggersi, senza inutili e fastidiose prediche.