Tutto ciò che abbiamo è un riflesso di ciò che siamo… Le convinzioni che hai diventano pensieri e poi azioni. (da Life Codes, di Patty Harpenau).

Questo è l’articolo più impegnativo di tutto il libro. Dopo aver affrontato gli aspetti legati al tuo contesto e al tuo ruolo, al personale, ai processi di relazione col mercato e organizzativi, dobbiamo metterci di fronte allo specchio e sostenere la principale “battaglia”, quella con noi stessi. Se non affrontiamo la nostra coscienza, rischieremo di rendere inapplicabile tutto il resto e apriremo la porta a chi vorrà strumentalizzarci per fini che difficilmente torneranno a nostro vantaggio.

Innanzitutto, perciò, dobbiamo chiarire cosa intendiamo per “consapevolezza”: essa è la capacità di un soggetto di percepire e di reagire, favorendosi lo sviluppo cognitivo (la formazione dei concetti) anche senza necessariamente comprendere, innanzi a una situazione e in determinate condizioni, a causa di una percezione interiore o sensoriale di un evento. Dalla consapevolezza si formano le idee costituenti l’esperienza dell’individuo, che a loro volta risiedono nella sua parte inconscia o conscia. E grazie a esse che possiamo affrontare il processo decisionale: la decisione è un elemento essenziale della libertà, la libertà di scelta. Posso quindi affermare che non vi può essere libertà senza consapevolezza e, qui aggiungo, senza libertà non può svilupparsi la responsabilità, individuale e collettiva.

Provo a fare il ragionamento al contrario: se vuoi accrescere il livello di responsabilità, tuo e del tuo gruppo, dovete rendervi più liberi, anche nel sentirvi affrancati circa le possibilità di scelta e preferenza; padroni delle vostre decisioni, soprattutto quelle che riguardano la vostra realtà. Ma il processo decisionale è favorito dal moltiplicarsi delle idee, quindi dall’esperienza, che si trasforma in una zavorra se non consentite tale moltiplicazione o ne diventa più semplicemente il loro “contenitore”. Non permettete a nessuno di convincervi della sua limitatezza: essa è espandibile all’infinito e dipende esclusivamente da voi e dall’esercizio della vostra consapevolezza.

Manfred F.R. Kets de Vries, nel suo L’organizzazione Irrazionale, già citato, ci aiuta a rinforzare il concetto: Spesso dimentichiamo che a teatro, se la commedia non ci piace, ce ne possiamo andare. Questo vale anche per le commedie aziendali: non siamo obbligati a partecipare, abbiamo sempre la possibilità di andarcene. Nella vita aziendale è importante mantenere la propria individualità evitando di essere spazzati via dalle forze che ci tolgono la capacità di giocare e di essere creativi. In ultima analisi, salute mentale significa possibilità di scegliere. E qualche pagina dopo cita Bacone: L’invidia non va mai in vacanza; commentando: non possiamo evitare di convivere con questo sentimento.

Chiarito ciò, come si collegano consapevolezza e creatività? Semplice, la seconda è l’esercizio “ginnico” con la quale accrescere la prima. E, di fronte a tempi difficili e contesti articolati, la creatività aiuta.

Ma, prima di addentrarci in questo modo di vedere le cose e le relazioni che ci circondano, voglio ancora concentrare l’attenzione su di te e, desiderando rimanere ancora un po’ con la testa per aria, voglio condividere alcuni pensieri scaturiti da una lettura che mi ha molto impressionato per la sua semplicità e, al contempo, profondità, da cui è tratta la citazione in apertura di capitolo. Desidero, soprattutto, che tu possa declinare il pensiero dell’autrice, decisamente aulico, alle tue esigenze affrontate in questo volume, molto più pragmatiche.

Nella sua opera si formalizzano sette “codici”, regole auree per la vita di ogni uomo, che possono essere inquadrati come stadi della nostra consapevolezza. Innanzitutto tu sei ciò che vuoi; l’abbondanza e la felicità non sono oggetti ma frequenze con cui entrare in sintonia, essere consapevoli. E se ci sintonizziamo su frequenze “basse” (rabbia, rancore, pettegolezzo,…), ovvero su quelle “alte” (armonia, amore, calma,…) la cosa non è indifferente rispetto al modo con cui percepiamo la realtà e, pertanto, stimoliamo la nostra consapevolezza. A un secondo livello troviamo la dualità dell’esistenza, per cui a ciascuno di noi è dato il libero arbitrio di scelta tra due opposti (il bene e il male, ma anche nelle decisioni ordinarie di vita). Ciò che conta non è il desiderio di qualcosa, ma il sentimento che c’è dietro quel qualcosa.

Al terzo passaggio si parla di talento: il tuo più grande talento… è il sentimento che doni alle persone quando le ami. Scoprirlo è fondamentale, poiché è attraverso di esso che possiamo realizzare i nostri desideri. Il quarto “codice” pone l’attenzione su quanto ci è difficile perdonare noi stessi: perdonare non significa approvare quello che ci è successo. Possiamo, però, dare a ogni cosa il posto che gli spetta. Non consentire a chicchessia di farti sentire in colpa o di costringerti a vivere una vita non tua! A questo concetto si aggiunge quello, complementare, dell’amore verso se stessi: a volte l’ego è talmente impegnato a opporsi a quello che suggerirebbe il cuore, che non è mai soddisfatto e deve continuare a cercare senza sosta… Solo tu sai cosa è giusto per te.  Cambiare è difficile per l’ego, attaccato com’è a tutto ciò che è esclusiva esperienza fatta attraverso i cinque sensi, ma a volte non solo è necessario, è fondamentale.

Il penultimo punto riguarda la fiducia in se stessi. Ciò che vedi assume un significato grazie alla tua interpretazione. La comprensione profonda determina il modo in cui vedi le cose. Una persona che guarda il mondo con gli occhi dell’amore, troverà amore. Hai volontà di vivere? Solo se hai fatto tuoi i passi precedenti puoi giungere al termine del percorso, che si conclude con il senso di gratitudine per quello che hai. Alcune persone vivono di fretta, altre con calma. Sfortunatamente, però, solo pochi vivono nell’Adesso e cioè dove avviene l’incontro. Nell’Adesso c’è la porta che si spalanca sul campo dell’abbondanza. Questo è il segreto del tempo. La realizzazione dei nostri desideri non conosce tempo. Punto.

Quali lezioni ne possiamo trarre?

  1. Sintonizzati sulla giusta frequenza (il tuo stato d’animo);
  2. il libero arbitrio ti appartiene, utilizzalo;
  3. scopri i tuoi talenti per realizzare i tuoi desideri;
  4. impara a perdonarti e ad amarti;
  5. abbi fiducia nelle tue possibilità e
  6. sii grato per quello che hai, vivendo qui e ora.

Adesso, se ti senti più leggero dopo aver affrontato il dialogo con te stesso, puoi dare libero sfogo al potere della creatività e guardare a te e al tuo gruppo come un grande serbatoio di idee. Einstein diceva che l’immaginazione è più importante della conoscenza.

Ma perché in un libro sulla gestione della farmacia trova spazio il parlare di creatività? Per il semplice motivo che i problemi e gli ostacoli, come pure le opportunità e le occasioni, non si risolvono e non si cavalcano più esclusivamente con gli strumenti collaudati e con le idee consolidate dall’esperienza. Metodiche, procedure e un approccio razionale alla soluzione di difficoltà e alla ricerca di innovazioni funzionano a efficacia decrescente, perché si tratta di attività e di comportamenti già scontati dalla tua intelligenza e da quella di collaboratori e clienti. Se continui a pensare con la tua testa continuerai a percorrere medesime strade che ti condurranno alle stesse destinazioni. Nulla di più. Citando nuovamente lo scienziato, follia: fare e rifare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti.

Nuove proposte di marketing e commerciali, soluzioni nelle procedure organizzative, valutazioni e scelte economiche, gestione motivante delle risorse umane, approccio globale al business, tutto può essere oggetto di innovazione creativa e, quando proprio non ce la stai facendo più ti prego, torna su queste pagine per rinfrancarti che qualcosa di diverso, forse di drammaticamente diverso anche rispetto a tutto quanto visto nei capitoli precedenti, si può fare.

È una sacrosanta verità che nella quotidianità odierna non abbiamo il tempo per essere creativi; ma è anche la società e il contesto in cui viviamo e operiamo a tacciare per stravagante tutto ciò che non rientra nei canoni della conoscenza “sensoriale”. E su questo elemento di concretezza e di tangibilità che la razionalità fonda il suo modo di pensare. Applicata alle attività aziendali, nel tempo ha condotto a risultati importanti nella ricerca di sempre maggiore efficienza (fare le cose nel modo giusto). Pur tuttavia, il mondo non è più quello del film “Tempi moderni”, della catena di montaggio, che in nome dell’innovazione e del progresso produceva anche alienazione umana.

Da molto tempo, infatti, l’efficienza ha trovato nell’efficacia (fare le cose giuste) una potente sinergia, a cui oggi si aggiunge un fenomeno che l’economista Joseph Schumpeter, con lo spirito anticipatore che appartiene solo ai grandi, cento anni fa battezzò di “distruzione creatrice” (innovazione e rimodulazione dei processi organizzativi secondo standard, diremmo ora, flessibili e snelli); concetto che a noi attualmente torna utilissimo per far fronte alle turbolenze ambientali e ai mercati che diventano sempre più di nicchia. Puntare semplicisticamente ai risultati di breve termine, pertanto, non può che essere il “credo” degli inetti senza cervello.

A tal proposito ricordo la mia esperienza da ufficiale, durante il servizio di leva. Eravamo tutti in piazza d’armi, a turno sciabola in pugno, a istruirci nella guida del plotone. Cadenza di marcia e tono di voce con cui si impartivano gli ordini, tempi e scelta del comando da assegnare: tutto sembrava complicato in quel frangente dove una trentina di commilitoni, tuoi amici di camerata, ubbidivano ciecamente a ogni tuo “respiro”. E come poteva essere diversamente, per la riuscita delle manovre, nella massima sincronia? Trenta robot dotati di orecchie senza cervello, di scarpe senza capacità di giudizio, di occhi senza visione. E ciò che poteva succedere… successe! Mi dimenticai di far svoltare a destra il “mio” plotone, una frazione di secondo prima, e tutti felicemente andarono a finire contro il muro, dove ai primi seguirono i secondi, i terzi e così via, in un ammasso di divise che nessuno sembrava potesse più districare. Ma non sapevano che lì di fronte c’era il muro? E quando i primi se lo sono trovati innanzi al naso, perché mai gli altri non si sono fermati? Tutto inutile: il capitano mi guardava fosco e le mie giustificazioni, inespresse, mi rendevano solamente pesantissima quella mano che impugnava la sciabola. Tutte le volte che a casa la vedo, appesa alla parete, mi racconta di sé e del modo indegno con cui l’imbracciai la prima volta, quasi trent’anni fa.

Orbene, i miei amici erano istruiti per reagire ai miei comandi senza proferire parola, senza pensare; perché questo è il modo per massimizzare l’efficienza di un gruppo (ma non l’efficacia), per ottenere risposte rapide e senza critiche. È tipico di quelle organizzazioni, piccole o grandi, dove non c’è il tempo per pensare (o è ritenuto improduttivo!) e la mente pensante è bene che sia una sola. Nella tua farmacia avviene lo stesso? Mi auguro di no, perché è giunto il momento, di fronte alla complessità e all’imprevedibilità ambientale, di apprezzare il pensiero creativo e il contributo di tutti. E se credi nel coinvolgimento, devi necessariamente accettare il corollario che occorre spostare l’attenzione verso l’efficacia, a discapito dell’efficienza; verso la capacità del gruppo di adattarsi per raggiungere nuovi traguardi in nuovi contesti (la “distruzione creatrice”), piuttosto che a favore della velocità di esecuzione; verso obiettivi di più ampio respiro, ma strategicamente corretti, invece di pensare solo a risultati immediati e a breve termine.

In una parola la creatività, il problem solving, l’intelligenza organizzativa fanno parte integrante della gestione odierna, in quanto abbiamo capito che i problemi vanno anticipati, non più semplicemente gestiti: a te l’onore e l’onere di utilizzare questi strumenti. Qui riporto alcune considerazioni che ritengo, per la loro semplicità, illuminanti circa gli obiettivi e le motivazioni di fondo che dovrebbero spingere ogni organizzazione a sviluppare il pensiero creativo. Edward de Bono, nel suo libro Essere Creativi, così le sintetizza:

  1. Miglioramento: rappresenta potenzialmente il principale scopo della creatività. Attualmente e tipicamente nel pensiero Occidentale, esso significa correzione di errori, maggior efficienza, minori costi, tempi ed errori; ma sempre più vuole anche dire soddisfazione e clima di lavoro positivo. In futuro, per di più, sarà sempre più importante inquadrare il miglioramento nella semplicità, che ha un altissimo valore per gli utilizzatori e i consumatori. In Oriente, d’altro canto, già da tempo questo concetto si sposa con il perfezionare ciò che è già perfetto. Ma tale obiettivo, in generale, trova un limite nel tempo, nella volontà e nei meccanismi tradizionali che impongono i miglioramenti in azienda solo se pensati dall’alto e comunicati verso il basso, ovvero consentono alle idee di accumularsi centralmente verso un’unica direzione senza nessuna forma di selezione ai livelli intermedi. E quest’assenza di autonomia è sicuramente tipica della piccola e media impresa. D’altronde vi sono miglioramenti che non necessitano inevitabilmente del pensiero creativo, soprattutto quando ci si ritrova a eliminare difetti ed errori, ma per tutto il resto…
  2. La soluzione dei problemi: la creatività sopperisce alla logica quando questa si rivela insufficiente, ma non solo. Infatti, se la ragione trova soluzioni buone, ma non ottimali, ecco che il pensare in modo anticonvenzionale aiuta. In effetti le buone soluzioni trovano il loro fondamento innanzitutto nella capacità di definizione di un problema: occorre, però, dire che la migliore definizione del problema si può trovare solo dopo che lo si è risolto… è necessario impegnarsi per formulare definizioni alternative… non si tratta tanto di trovare la definizione migliore, ma di formulare definizioni alternative di un problema. Prima o poi troveremo una definizione soddisfacente, che darà risultati validi… Se l’evitare un problema è uno dei modi per risolverlo, allora la creatività sarà di aiuto: se la gente continua a perdere sempre le chiavi, basta riprogettare il sistema di sicurezza in modo che non occorra più servirsi di chiavi.
  3. Valore e opportunità: de Bono supera il concetto di concorrenza (“correre assieme”) a favore della sur/petizione (“correre sopra”). Copiare è una strategia, ma sempre più povera: in tutte le aziende ben gestite ci sono attività non utilizzate, che per essere messe a frutto non richiedono altro che un po’ di pensiero creativo. Mentre siamo stimolati dai problemi contingenti, non esiste un pungolo semplice che spinga la gente a cercare opportunità. Per tale ricerca occorre creatività e oggi è necessario produrre idee.
  4. Il futuro: non avendo a disposizione tutte le informazioni sul domani, il pensiero creativo ci consente di delineare scenari alternativi, possibili percorsi e conseguenze delle nostre azioni. In futuro, anziché sforzarsi di non sbagliare assolutamente ma ad alti costi, sarà più opportuno essere flessibili e pluralistici ma a costi inferiori. Se non si è in grado di prevedere accuratamente il futuro, occorre essere preparati ad affrontare flessibilmente le varie eventualità. La mia esperienza mi insegna che troppo spesso la strategia è vista come un processo riduttivo mediante il quale varie possibilità sono ridotte su un’unica linea di condotta.
  5. La motivazione:la creatività è un potente stimolo, in quanto spinge la gente a interessarsi al proprio lavoro. La creatività fornisce la speranza di avere un’idea valida. La creatività dà a tutti la possibilità di riuscire a realizzare qualcosa. La creatività rende la vita più divertente e interessante. La creatività fornisce il contesto per il lavoro di gruppo. Sai premiare nella tua azienda la creatività e la perseveranza in tal senso?

Quindi, da dove incominciare? Non volendo sostituirmi a pubblicazioni e studi sull’argomento, mantengo un taglio operativo e ti propongo le seguenti riflessioni, tratte dal volume, di autori vari, The Mindgym.

Ci sono cinque modi per guardare il mondo, e sono sbagliati:

  1. conosco la domanda. Spesso formuliamo ipotesi sul problema persino prima di cercare di risolverlo. E questo, automaticamente, riduce la gamma delle possibili risposte (a meno che l’ipotesi sia corretta. Ma chi lo può dire a priori?). Praticamente rispondiamo affrettatamente, convinti di aver capito la domanda. Piuttosto, approfondisci con curiosità costruttiva ed entusiastica;
  2. conosco la risposta. A volte supponiamo di sapere come risolvere il problema o di conoscere già la soluzione. Rispondiamo alle domande senza controllare, ovvero basandoci su convinzioni sbagliate;
  3. vivo nel mondo reale. Ignorando la realtà cui siamo abituati,è più probabile che le nostre idee siano bizzarre e stravaganti, diverse e interessanti. Quali ipotesi sto dando per scontate?
  4. sono un esperto. A volte, la conoscenza o l’esperienza già in nostro possesso possono essere d’intralcio e impedirci di scorgere la soluzione; oppure indurci a fare determinate ipotesi su un certo problema. La logica è tipica dell’età adulta poiché serve a prendere scorciatoie per trovare soluzioni e oggi è favorita dalla fretta che tutti abbiamo addosso;
  5. come è e come potrebbe essere. In tema di pensiero creativo, essere troppo pedissequi non paga. Le soluzioni creative non sono di per sé né migliori né peggiori di altre. Sono semplicemente differenti. Osserva con gli occhi di un bambino. Prendete in mano un oggetto. Che cos’è? Cosa potrebbe essere?

Bene. Avendo schematizzato le fonti di possibile rischio per la ricerca di soluzioni creative, nell’opera citata si passano a elencare i suggerimenti costruttivi di fondo:

  1. quando c’è di mezzo la creatività, “di più” vuole dire anche “è meglio”. La qualità si ritrova necessariamente nella quantità;
  2. non valutate le idee e non giudicatele. È la regola più difficile da osservare. Rischiereste di scartarle troppo presto;
  3. occorre prender subito nota scritta delle idee che sopraggiungono, anche improvvisamente, altrimenti qualcosa potrebbe sfuggire;
  4. datevi un obiettivo. La creatività priva di scopo è in genere nient’altro che questo. Un qualche senso di direzione di solito aumenta le probabilità di ideare qualcosa che sia non solo originale ma anche utile;
  5. l’ambiguità è un’ottima cosa: non scartate le risposte parziali. Fatele sedimentare.

Terzo passo, vengono suggeriti alcuni punti di vista inusuali e illuminanti, atti a stimolare la creatività più sfrenata:

  1. riformulate il problema. con termini differenti. “Pasticciate” su un problema e usate modi diversi per descriverlo, senza proporre soluzioni;
  2. analizzate le risposte inutili e chiedetevi: perché no?
  3. continuate a porvi delle domande. Le parole utilizzate per inquadrare il problema hanno significati differenti? Vi sono motivazioni nascoste circa la prima risposta che vi siete dati?
  4. attivate un filtro diverso. Cosa penserebbe una persona che non ha mai visto niente del genere? E cosa ne penserebbe il tuo peggior critico?

A questo punto gli autori dello studio distinguono un approccio razionale alla creatività da uno che non lo è affatto. Chi si identifica col primo modo di ragionare (è nella forma mentis del farmacista) ha il vantaggio di essere abituato a seguire un processo mentale logico e lo svantaggio di voler stimare e valutare in continuazione, il che può essere d’intralcio alla fase creativa. Infatti, le idee non vanno mai analizzate immediatamente, non appena “sgorgano” dalla mente. Pertanto, ai razionali suggeriscono l’esercizio di descrivere di ogni idea, su un foglio di carta, i vantaggi e gli svantaggi; ovvero quello di meditare all’opposto rispetto a un’idea che già appartiene al loro modo solito di pensare, come descritto nel suggerimento del prossimo riquadro. E in fondo annotano: in tema di creatività, anche la pazienza è una virtù.