I capi migliori lasciano lavorare i lavoratori (Jeff Pfeffer).

È vero che un imprenditore o un professionista tende a non andare mai in pensione. Per molti è duro smettere all’improvviso di fare ciò che ha tenuto impegnato decenni della propria vita. Anche quando si può tranquillamente passare il testimone si torna sul “luogo del delitto”, in quegli spazi dove è rimasto il proprio cuore. D’altro canto nel lavoro come nella vita i contrasti generazionali sono la naturale relazione tra genitori e figli: non vale solo a livello adolescenziale. E dopo un periodo di inserimento e di adattamento, la cosiddetta “esperienza”, ecco sorgere i primi conflitti su aspetti e decisioni gestionali.

Devi sapere che tuo figlio lo vedrai responsabile affidandogli responsabilità, non spiegandogli il da farsi o standogli vicino per osservare come si comporta. Capisco che ti è difficile e che i giovani devono imparare ancora tante cose, ma ti assicuro che in un mondo così cambiato lui si muove con idee e modalità prive dello stampo rigido che talvolta può caratterizzare i tuoi comportamenti. Se ti accetto per quello che sei, ti rendo peggiore. Se ti tratto come se fossi ciò che sei in grado di diventare, ti aiuto a diventarlo (Johann Wolfgang von Goethe).

Mi sovviene un episodio che ha lasciato una traccia in me e nel mio interlocutore titolare di farmacia. Costui si lamentava dell’irresponsabilità dei due figlioli, studenti universitari, che da sempre godevano del benessere che avevano saputo creare i genitori. Venivano “stipendiati” al pari e più di un collaboratore ma stavano a casa; si godevano uno scorcio di vita al dir poco invidiabile. Il farmacista mi raccontava della sua come una famiglia in cui regnava l’armonia, ma era preoccupato per tanta “pigrizia” riscontrata nei suoi ragazzi.

Invitandolo a proseguire la sua storia, mi disse che era alla disperata ricerca di una via d’uscita quando, un bel giorno, decise di azzerare la “paghetta” e regalare loro un bell’attico nella grande città dove vivevano. I giovani sarebbero diventati proprietari dell’appartamento e avrebbero potuto guadagnarsi da vivere riadattandolo e fittandolo. Così fece. Passarono dei mesi e i figli erano davvero risorti a nuova vita: sveglia al mattino presto, molte telefonate e subito a visionare il loro immobile. Ma a casa non dicevano alcunché circa le loro intenzioni. Un bel giorno entrambi si presentarono ai genitori e, con aria soddisfatta, presentarono la loro realizzazione: un bed & breakfast, funzionante e redditizio, con vista mozzafiato sulla città. Il farmacista, alquanto inconsapevole, aveva ottenuto un risultato ben superiore a ogni più rosea aspettativa…

Mi è capitato, però, di vedere figli quarantenni ubbidire, silenti e borbottanti, anche quando il genitore titolare non ce la faceva fisicamente a trascorrere un’intera giornata dietro al banco!

E mi sovviene una domanda: ma perché si spingono i figli a laurearsi in farmacia senza prevedere per tempo un corretto passaggio di consegne? E ti debbo raccontare di quella situazione (sono convinto non essere l’unica) in cui il figlio a trent’anni ancora non si decideva a conseguire la laurea? Ma costui desiderava davvero andare a lavorare nella farmacia dei genitori? Qualcuno glielo aveva mai chiesto? O ti prende di più quel caso in cui la farmacia diventa il mezzo per strapagare uno dei figli, viziatissimo, e per tollerarne un altro, eterno studente, e la sua fidanzata, impiegata in magazzino con una laurea in beni archeologici o culturali, non ricordo bene? Cosa c’è che non va? Chi sta sbagliando? Lascio a te ogni considerazione, ma nessuno di noi si senta giudice in casa altrui; sono solo testimonianze di storture derivanti da condizioni di legittimo benessere.

E infine, una volta un titolare sessantenne mi confessò di rimpiangere la scelta degli studi cui l’aveva costretto il padre: non si tratta di un refuso di stampa; sto cercando di dirti che i comportamenti e le decisioni genitoriali lasciano il segno e per sempre, nel bene e nel male…

Per concludere, mi sovviene una simpatica e istruttiva storiella. Due sorelle litigano per un’arancia e, alla fine, decidono di dividerla a metà. Ma entrambe ne restano insoddisfatte, poiché la prima spreme la sua parte e ne beve il succo, buttando via la buccia. La seconda utilizza la buccia della sua metà e ne butta via la polpa. …E se si fossero confrontate prima?