Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere con i risultati del pensiero di altre persone (Steve Jobs).

Un mio amico dice che si diventa imprenditori in questi quattro casi: eredità, fiuto, caso, necessità. Lui è un piccolo imprenditore e conosce solo la concorrenza, vi è nato dentro. Io ti ho già definito imprenditore: forse te la sei presa, forse no. Ma questa mia affermazione necessita, ovviamente, di una spiegazione.

Gestisci risorse umane, tecniche, finanziarie e materiali al pari di qualsiasi azienda e, come ogni imprenditore che si rispetti, oggi ancor più sei chiamato a cercare risposte in merito allo sviluppo del fatturato, alla scelta di favorire un corner piuttosto che un altro, agli strumenti di controllo di gestione, al motivare, incentivare e ascoltare le idee dei tuoi collaboratori, all’acquisto di prodotti coerenti con le scelte commerciali, al fissare liberamente i prezzi al pubblico,…

Caspita, ma abbiamo già detto tutto di questo libro; e ora cosa ci resta da affrontare? Tanto, caro amico, poiché per fare fronte con fiducia al nuovo che avanza occorre prima saper individuare e poi scrollarsi di dosso quei punti di vista che sì hanno contribuito al tuo successo fino a un recente passato, ma che abbandonare oggi può costare fatica, quasi si debba rinnegare la propria identità o si debba “scendere” da qualche podio. Credimi, quella con se stessi è, per ognuno di noi, di sicuro la sfida più difficile…

Per secoli il farmacista è stato correttamente inquadrato come un professionista: l’attività commerciale era vista come assolutamente accessoria a tal punto che ancor oggi nel dna di qualcuno è rimasta la semplicistica idea che non si possono far spendere soldi a una pensionata! Era anche un maestro artigiano, che preparava in proprio medicamenti “su misura” per i pazienti bisognosi. Come un titolare mi ha detto al nostro primo incontro, avendo io inopportunamente osato parlare di vendita di medicine: “I farmaci si dispensano, non si vendono”. Ahimè, aveva ragione da vendere. Sembravo un ragazzino che viene scoperto con le mani nel vasetto della marmellata, sgomento di fronte all’austero professionista che aveva voluto segnare un solco culturale incolmabile tra me e lui, strenuo difensore di una nobile categoria.

E così, perso nelle trappole di un tecnicismo linguistico esclusiva di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, me ne andai pensieroso ma convinto che nel ragionamento del mio interlocutore c’era qualcosa che non tornava. È passato qualche anno e anche qualche decreto legge, di cui parlerò appresso, e il cielo si è progressivamente rischiarato su di me: “Eureka -trasalii un giorno- ma è proprio così. Non c’è dubbio che in un contesto come l’attuale l’idea autolimitante da buttare velocemente è proprio quella del farmacista-professionista!”.

Ma perché definirla autolimitante? Forse non è per caso attraverso l’approccio professionale che il farmacista si è guadagnata una buona reputazione sociale? In effetti nel termine “professionista” si racchiudono caratteristiche etiche, di conoscenza, di analisi delle problematiche poste dal paziente che sono assolutamente di valore. E allora? Ebbene sì, caro professionista: nel momento in cui hai progressivamente sostituito una maestria artigiana con una specialità industriale, nel momento in cui hai ampliato lo spazio della farmacia e hai investito in onerose ristrutturazioni, nel momento in cui hai dato spazio a prodotti non strettamente farmaceutici, nel momento in cui ti sei dotato di una persona addetta alla cosmetica… Nel momento in cui hai fatto tutte queste scelte non puoi più tirarti indietro: la tua farmacia l’hai trasformata in un’impresa; e l’hai deciso tu. Non c’è nulla di male in tutto ciò e nulla toglie alla tua fondamentale funzione sociale, ma permettimi di dirti, una volta per tutte, che è inutile nascondersi dietro a un dito perché la tua farmacia oggi è diventata, anche sul piano organizzativo, un’impresa a tutti gli effetti e come tale va gestita!

Voglio essere ancor più preciso: ho detto che è la farmacia a dover essere gestita come un’impresa, non il farmacista, il quale resta un professionista con compiti di sicuro allargati e che presuppongono un analogo allargamento della sua visione sul futuro dell’attività. Come vedremo più innanzi, non sono in discussione l’approccio e i contenuti professionali, bensì tutti gli aspetti che direttamente o indirettamente lo mettono in relazione col mondo a lui circostante…

Personalmente credo che il successo che senti provenire dal di dentro (anche se realizzato con pochi mezzi, “fai da te”), quello che si può dire con certezza trasformarsi in felicità e non in semplice soddisfazione e contentezza, scaturisce dalla forza dei valori personali, in cui si crede fermamente, e dal perseguimento di scopi che, ripromessi con tenacia, possano rappresentare la testimonianza concreta che quello che sei è coerente con ciò che fai nella vita, a costo di rimetterci denaro o altri beni materiali. Il fondatore dell’omonima azienda, Robert Bosch, disse un giorno: Meglio perdere denaro che la fiducia.

E in questo nuovo e più ampio orizzonte ti devi muovere con caratteristiche e qualità non sempre nuove ma che, anche se ti appartengono da tempo, vanno riscoperte e valorizzate in una rigenerata scala di priorità: quanto più ci sei vicino tanto meglio è; altrimenti termina su questa pagina la tua lettura, ché tutto quello che seguirà avrà per il sottoscritto quale fondamento imprescindibile ciò che elenco appresso. Non mi piacciono i decaloghi, perché non ne ho l’autorevolezza (e poi uno, qualche millennio fa, ne ha già segnato la Storia!), ma un semplice elenco numerato aiuta a focalizzare quello che può davvero fare la differenza per l’individuo, che si tratti di professionista o di imprenditore poco importa. Ho anche provato a citare prima ciò che ritengo più importante, ma la cosa è ampiamente soggettiva, lo intuisci bene. Quello che conta è l’insieme.

 DECALOGO DELLE CARATTERISTICHE PER IL SUCCESSO

  1. ETICA: affidabilità, onestà, credibilità, coerenza, integrità, rispetto degli accordi;
  2. RESPONSABILITÀ: sentirsi parte della soluzione, dedizione, coscienziosità;
  3. PROFESSIONALITÀ: conoscenze, deontologia, desiderio di aggiornamento;
  4. POLITICA: capacità di intessere alleanze;
  5. VISIONE: lungimiranza strategica;
  6. MANAGERIALITÀ: gestione e organizzazione delle risorse e dei risultati;
  7. UMANITÀ: empatia e spirito di squadra, credere nel gruppo;
  8. RISCHIO: forte motivazione interiore, attitudine ad affrontare il nuovo;
  9. FIDUCIA: senso di leggerezza, disponibilità, autoironia, non prendersi troppo sul serio e mettere in conto l’insuccesso;
  10. GIUDIZIO: sano equilibrio nel considerare gli aspetti nel loro insieme.

Al primo posto l’etica, indiscutibilmente. Ma molte aziende si sono appropriate di questo concetto e l’etica si è trasformata in un meccanismo operativo all’interno delle imprese (e della gestione delle persone che le compongono), piuttosto che un valore che pervade l’umanità e sovrasta l’economia, guidandola dall’alto. Nessuno ne può rivendicare la paternità ma, nel contempo, chiunque può decidere liberamente di credere che un comportamento etico è correlato all’ottenimento di un successo. La sincerità, l’onestà e l’affidabilità sono valori essenziali per instaurare rapporti economici sostenibili che promuovano il benessere dì generale dell’umanità. Costituiscono le premesse essenziali per creare la fiducia tra gli esseri umani e favorire una concorrenza economica leale (da: Etica economica mondiale – Conseguenze per l’economia mondiale, art. 10, manifesto della Fondazione per l’Etica Mondiale, 2009).

Ciò che proviene dal di dentro influenza e condiziona quello che appare all’esterno della persona; l’esteriorità è tutto quanto può essere visto in prima istanza da coloro i quali entrano a contatto con noi. Occorrono forti dosi di mistificazione, peraltro sempre più massicce, per nascondere per un po’ l’eventuale incoerenza tra l’intimo e l’esteriore, esattamente come avviene per le bugie: detta una, ci ritroviamo spesso costretti a dirne un’altra più grande per coprire la prima. E così via di seguito in una spirale che ci trasfigura… Alla lunga, non conviene! L’etica è la cosa più intima che ritroviamo in noi stessi, che ci rende affidabili e intellettualmente onesti, pur nella limitatezza insita nell’essere umano: essa guiderà l’accrescimento delle nostre competenze, con scelte giudiziose, che a loro volta ci serviranno per relazionarci all’esterno con cognizione di causa. I “chiacchieroni” vengono subito scoperti. C’è un grande bisogno di professionalità.

Ma se proviamo a percorrere la strada al contrario, curando innanzitutto le nostre abilità relazionali (abbiamo tutti a mente qualche “presenzialista” nei consessi che frequentiamo), per decidere conseguentemente e strumentalmente che cosa imparare nella vita e, in ultimo, per costruirci opportunisticamente un’etica quale “marchio di fabbrica” che garantisca per noi… beh, erigeremo un’etica che non esiste e ben presto saranno guai per l’individuo e per il suo gruppo di riferimento. Sarà, tra l’altro, più difficile gestire i disaccordi, poiché questi scaturiscono sempre da dissonanze etiche, non relazionali.

Professionista o imprenditore? Ha ancora senso porsi questa domanda? Io provo a dissimularla attraverso un pensiero che aiuta a riflettere su ciò di cui hanno davvero bisogno quelle attività economiche che, come la tua, hanno sperimentato il repentino passaggio da un periodo di espansione a uno di crisi; ma che non deriva dal mercato in quanto tale, bensì dalle condizioni legislative che plasmano il contesto ambientale. In momenti di crescita è fondamentale che la “testa” dell’azienda sia “emotiva”, sogni mete ambiziose, nel mentre la base delle persone che coordina si mantenga razionale. Occorre perseguire efficienza (l’abilità nell’evitare sprechi di tempo e di denaro) attraverso l’ottimizzazione di procedure e di metodologie. Viceversa, quando c’è crisi, la “testa” dovrà essere razionale, mantenere una guida salda, e la base “emotiva”: per superare tale periodo difficile, infatti, occorrono politiche interne tese al miglioramento dell’efficacia (la capacità di raggiungere determinati obiettivi) grazie alla tutela delle buone relazioni, alla condivisione di obiettivi, al “fare squadra”.