Ai bei tempi (non molti anni fa) la farmacia rendeva anche oltre il 10% dei ricavi di vendita. Ciò significa che gli utili aziendali erano sufficienti a pagare il titolare, in modo che possiamo definire lauto, e questi poteva concedersi più di uno “sfizio” personale. Siccome nella tua posizione tu sei sia un “lavoratore” che un “investitore”, il tuo emolumento doveva (e deve) ricompensare queste tue due qualità. Non si tratta di avidità, ma è ciò che ti distingue sostanzialmente da un farmacista collaboratore. Quindi una parte dei guadagni rappresentano la retribuzione per il lavoro svolto e un’altra la remuneratività del capitale investito e del rischio d’impresa.

C’è da dire, e approfondiremo il tema nel capitolo relativo all’economia della farmacia, che i capitali personali investiti spesso sono davvero ridotti all’osso, prevalendo nettamente la componente costituita dal debito, e che sino ad oggi il rischio d’impresa per la farmacia italiana è davvero stato minimo. Prova ne è l’elevato valore a cui venivano e in minor misura oggi vengono compravendute le attività. Ma i capitali personali e il rischio rappresentano comunque componenti da prendere in considerazione, ancor più nei tempi attuali.

Nel frattempo la redditività media è scesa dal 10% alla metà ed oggi è consueto leggere nei bilanci profitti che non superano il 2-4% dei ricavi. È necessario, allora, chiedersi quanto la farmacia possa “pagare” il proprio titolare: non è più così scontato concedersi qualche “sfizio” e occorre stare molto più attenti di prima agli errori di efficacia e di efficienza nella gestione.