Imparare a conoscere le persone non è un hobby, non è una qualità innata, è un lavoro. Chi conosci cambia quello che ottieni (Guy Kawasaki). Ma la società odierna, che da un lato favorisce con le nuove tecnologie le relazioni interpersonali, anche a distanza, sembra dall’altro spingere nel baratro le persone empatiche, in una società caratterizzata da un crescendo individualismo e opportunismo. Essere empatici sembra solamente significare mostrarsi deboli e accondiscendenti.

Eppure, un “granello” di empatia lo riconosci a distanza. Sai perché? Per tutto quello che ci siamo detti al punto precedente, poiché non può esserci vero interesse per l’altro e autentico ascolto senza empatia. Ne basta davvero una piccola quantità per trasformare i rapporti umani. Ti faccio un esempio.

Se abbiamo voglia di osservare i bambini, impariamo da loro molte cose. Detto per inciso, anche in questo caso, dall’alto della nostra esperienza, siamo più portati a insegnare e a trasferire a loro i nostri punti di vista che non viceversa! Ma torniamo al punto. Perché madre natura li ha dotati di forte carica empatica? C’è una sola risposta: l’empatia aiuta a entrare in relazione col mondo e le relazioni aiutano l’individuo nella crescita personale. Pertanto, prima di ogni scuola, genitoriale o istituzionale, qualcuno ha già pensato a fornire a questi piccoli esseri gli strumenti per farsi spazio nel mondo.

Infatti, se due bambini che non si conoscono e che magari non parlano la stessa lingua vengono messi l’uno accanto all’altro, trovano il modo per intendersi, comunicare e giocare assieme. La classica affermazione “vuoi essere mio amico?” materializza agli occhi dell’adulto l’innocenza dell’età infantile, mentre per madre natura è un passo importante per la crescita. All’opposto, se due anziani si ritrovano seduti sulla medesima panchina del parco, a godersi il tiepido sole autunnale, forse si saluteranno al momento di incontrarsi la prima volta, ovvero di accommiatarsi educatamente per quella che può essere l’ultima volta di un incontro. Poi il silenzio o poco di più. C’è da chiedersi il perché.

Senza rovistare studi sistematici, l’osservazione dei fatti mi lascia intravedere che la carica empatica di un individuo, come tanti altri talenti e forze personali, tende a disperdersi nel tempo, come avviene in un normale processo biologico. Se manteniamo il nostro fisico allenato può darsi che, arrivati alla cosiddetta mezz’età, avvertiremo meno i vari dolorini che attanagliano chi non abbia mai conosciuto alcuna forma di sport. Questo vale, né più né meno, anche per l’empatia, una carica di energia e di umanità che promana da ogni essere umano ma che spesso non viene calcolata per il suo valore o, peggio, viene scambiata per un atteggiamento stupido e infantile, tipico di persone deboli che non sanno mai dire di no, per intenderci.

Questa è la realtà educativa della nostra società cosiddetta “progredita”. E in questa società ogni manifestazione di debolezza (ma cosa ci sia di debole in un atteggiamento umanitario e comprensivo dei bisogni altrui ancora non l’ho capito) non è vista di buon occhio. Per poter raggiungere i nostri obiettivi siamo spinti a vedere gli altri come ostacoli da superare e ciò ci rende “ciechi” dei bisogni altrui e sordi alle aspettative riposte su di noi, utilizzandosi modi e parole che non sempre sono graditi.

A tal proposito, ricordo che durante una giornata di formazione in una farmacia di un piccolo paese, una delle collaboratrici mi pose questa domanda: “Tu ci parli di empatia, ma come dobbiamo fare con questa massa di vecchi cafoni che hanno solo fretta, ti fanno perdere tempo e che cercano sconti impossibili?”. Era un buon inizio…

Per un attimo osservai lo sguardo e le labbra della collaboratrice: erano tesi, carichi della irritazione di chi affronta il proprio lavoro come una gran seccatura, un dovere necessario. Non era da molto che esercitava la propria professione in farmacia, eppure era così “stanca”. In realtà, approfondendo da parte mia l’argomento e cercando di capire meglio con qualche domanda le radici del suo ragionamento, scoprii quello che la caratterizzava, la rappresentazione che la dottoressa aveva di se stessa: “Ho studiato, appartengo a una buona famiglia, sono bella, giovane, economicamente benestante e voglio far notare a tutti quanto valgo io e quanto sono importanti i sacrifici che ho fatto per laurearmi”. Ovviamente tutto questo non era affermato in modo così esplicito ma credimi, le traspariva da tutti i pori.

A quel punto le domandai se sapesse quali potessero essere i valori che caratterizzavano quei “vecchi”, anche se differenti dai suoi; se avesse sentore delle loro abitudini, dei loro gusti e interessi; se fosse a conoscenza casomai fossero nonni di qualche bel nipotino. “Come si comporterebbe un nonno con i nipoti? È così scorbutico?”, chiesi alla dottoressa. “Che cosa ne posso sapere”, rispose duramente. “Ecco, è proprio lì il problema: il tuo disinteresse verso gli altri in quanto persone, anche se non hanno apparentemente punti di affinità con te. Anzi, è proprio la mancanza di desiderio di ricercare punti di contatto che rischia di allontanarti dal mondo per il quale hai deciso tu, liberamente, di lavorare”. Per il suo bene fui molto fermo sul punto, in quanto la rigidità della giovane donna l’avrebbe ben presto condotta a vivere sempre peggio il suo stato.